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MONUMENTI AD ALESSANDRIA

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L'Arco di Trionfo di Alessandria

 

 

L'Arco di Trionfo di Alessandria è un raro esempio di arco trionfale Settecentesco. Queste strutture, in voga presso i romani e riprese dal classicismo ottocentesco, non erano normalmente utilizzate dall'urbanistica del settecento. Venne costruito nel 1768 per commemorare la visita di Vittorio Amedeo III.

L'Arco di Trionfo venne realizzato, nel 1768, da Giuseppe Caselli in memoria di Vittorio Amedeo III, Re di Sardegna, e della moglie Maria Antonietta Fernanda, che nel 1765 sostarono nella città.

La Cattedrale di San Pietro

Il primitivo Duomo di Alessandria, dedicato a San Pietro, viene costruito nel 1170 sull’odierna piazza della Libertà. Successivamente demolito e ricostruito fra il 1291 e il 1297 dall’architetto Ruffino Bottino, l’edificio subisce modifiche e ampliamenti fino a quando nel 1803 Napoleone decide di abbatterlo per creare un’ampia Piazza d’Armi. Nell’agosto del 1818 però, un Decreto Napoleonico, indica l’ex chiesa di San Marco e l’annesso convento domenicano quale sede del Duomo. I lavori di restauro sono affidati all’architetto Cristoforo Valizzone e la nuova Cattedrale aperta al culto nel 1810 sarà consacrata, come del resto l’antica, a San Pietro.
Nel 1844 il Comune acquista parte dell’ex convento domenicano per trasformarlo in scuola elementare e asilo infantile. La singolarità della Cattedrale di Alessandria è certamente il campanile a cuspide di 106 metri, secondo per altezza soltanto al Torrazzo della Cattedrale di Cremona. All´interno dell’edificio si trova una bellissima statua lignea della Madonna della Salve, patrona della città, e bei dipinti di Guglielmo Caccia.

Chiesa dei Santi Alessandro e Carlo

La chiesa di S. Alessandro è una delle migliori espressioni dello stile barocco alessandrino. La posa della prima pietre risale al 9 settembre 1742, alla presenza del vescovo Giovanni Mercurino Arborio di Gattinara. La chiesa viene consacrata il 7 maggio 1758 dal vescovo Giuseppe Tommaso De Rossi. Prende inizialmente il nome di chiesa dei chierici regolari barnabiti di sant'Alessandro e viene dedicata ai santi Alessandro e Carlo. Sant'Alessandro si identifica con Alessandro I, papa e martire, quinto pontefice dopo san Pietro (105-115 d.C.). Romano, subì il martirio al tempo dell’imperatore Traiano e fu sepolto sulla via Nomentana, dove fu decapitato il 3 maggio del 115. La data del 3 maggio, giorno del martirio di Papa Alessandro I, ispirò forse, molto più avanti negli anni, la scelta del giorno di fondazione della città di Alessandria, 3 maggio 1168, città denominata Alessandria dal nome di papa Alessandro III, che ha retto il pontificato dal 1159 al 1181. Su questa data in cu sarebbe stata fondata Alessandria, concorda comunque la maggior parte degli studiosi e da qualche tempo in città viene ricordata e festeggiata questa importante ricorrenza. L’altro santo, san Carlo, si identifica invece con san Carlo Borromeo, canonizzato nel 1810, nato ad Arona sulla riva occidentale del Lago Maggiore nel 1538; arcivescovo e poi cardinale, fu tra i promotori del catechismo romano, per l’insegnamento della religione al popolo, ricoprì grandissimi meriti nel campo dell’istruzione religiosa e della carità. Tornando alla chiesa, essa dal principio è officiata dai regolari di san Paolo, detti Barnabiti, assai diffusi nel basso Piemonte, entrati in Alessandria intorno al 1641. Nel 1785 la chiesa, in riconoscimento dei meriti pastorali e culturali dei Barnabiti, viene eretta in prepositura, che significa parrocchia con speciali privilegi. Soppressi i Barnabiti, nel 1802, insieme ad altri ordini religiosi, la chiesa viene provvisoriamente concessa al capitolo della cattedrale, mentre si sta procedendo ai lavori di restauro della chiesa di san Marco. Demolito l’antico duomo per ordine di Napoleone Bonaparte nel 1803, la chiesa già spoglia e profanata, priva dell’altare maggiore al cui posto i giacobini hanno issato l’albero della libertà, viene rimessa in sesto e adibita a cattedrale, vengono provvisoriamente sistemate le reliquie di san Baudolino patrono della città, in quanto la chiesa dei domenicani dove esse si trovavano viene chiusa al culto, successivamente nel 1810 vengono trasferite nella nuova cattedrale. Il 28 aprile 1805, ossequiato dal vescovo Villaret e dai canonici, arriva Pio VII e celebra una solenne funzione. Nel 1810, la chiesa lasciata libera dal capitolo della cattedrale, viene occupata dalla parrocchia di san Siro (già esistente in via Vochieri e distrutta nel 1831) e dalla parrocchia di sant'Andrea (già esistente in corso Roma angolo via Modena e distrutta nel 1867) prendendo il nome di chiesa dei santi Andrea e Siro. Nel 1831 ritornati i barnabiti nel possesso della chiesa, la parrocchia viene trasferita in sant'Andrea. Soppressi definitivamente i padri Barnabiti nel 1867, per volere di Rattazzi, il parroco di sant'Andrea ritorna a dirigere la parrocchia dei santi Alessandro e Carlo. Per quanto concerne la paternità dl progetto per la costruzione della chiesa, pur in assenza di documentazione certa, si ritiene che tale paternità sia attribuita a Domenico Caselli, zio dell’architetto Giuseppe e capomastro del cantiere allestito per la costruzione di palazzo Ghillini. Domenico Caselli, morto nel 1768, viene sepolto per sua volontà, nella chiesa, considerata “una della più belle della città”. La chiesa viene realizzata grazie alle ricche elargizioni di due vescovi alessandrini fratelli, entrambi barnabiti, Francesco e Gian Mercurino Gattinara. Alla costruzione della chiesa ques’ultimo devolve anche la sua consistente eredità. Entrambi erano imparentati con la famiglia Ghillini. L’edificio ecclesiale acquisisce sempre più importanza nel corso del secolo. Anche l’abate Giulio Cesare Cordara, massimo letterato locale morto nel 1785, viene sepolto in questa chiesa. La facciata parzialmente rifatta nel 1845 dall’architetto Gaetano Giaccheri, con la sistemazione dell’ordine inferiore e ultimata nel 1908, è spartita in due ordini e presenta superfici concave e convesse, cornici aggettanti ed andamento spezzato, colonne litiche e paraste; sull’attico la statua di sant'Alessandro, e nelle nicchie sottostanti quelle dei santi Luigi Gonzaga, Andrea apostolo, Carlo e Siro, opere dello scultore Luigi Melchiorre. L’interno è distribuito in un ampia navata, con quattro cappelle laterali e presbiterio. Nella prima cappella maggiore vi è un affresco dal titolo “Baudolino e le oche”, che allude al miracolo caro alla devozione popolare alessandrina. A sinistra a partire dall’ingresso, è collocato il battistero; in primo piano il fonte battesimale realizzato su disegno dell’architetto Luigi Visconti, sulla parete sinistra un notevole crocifisso ligneo del Quattrocento. La decorazione, eseguita nel 1903, è in prevalenza opera di Rodolfo Gambini (1855-1928). Gli affreschi della volta sono inseriti in riquadri posti in corrispondenza delle vele delle finestre: nel primo campo, sovrastante l’altare maggiore, è un adorazione del SS. Sacramento, del Gambini; nel medaglione centrale, il martirio di sant'Alessandro I papa di Luigi Morgari (1857-1935); nel terzo campo ancora un’opera del Gambini, che raffigura un episodio leggendario dell’assedio della città da parte del Barbarossa: san Pietro appare sulle mura di Alessandria. L’altare maggiore, in marmi policromi, è del 1845, mentre non si hanno notizie di quello coevo alla consacrazione della chiesa. Risulta, invece che nel 1805, per ricevere degnamente papa Pio VII, al vecchio e malconcio altare fu sostituito quello elegante e ornato della chiesa di san Rocco; il prezioso a e storico altare fu restituito a san Rocco nel 1845. Pregevoli ancora sono il coro ligneo (fine sec. XVI) proveniente dall’antica cattedrale e tre tele dell’abside: al centro il Redentore, del 1786-87, iniziato da Francesco De Laurentis e completato da Saverio De Rosa, quest’ultimo autore del san Carlo Borromeo (a destra) e del sant'Alessandro papa (a sinistra); nella tribuna del coretto di sinistra è un buon dipinto con i santi Andrea e Siro, dell’alessandrino Francesco Mensi (1800-1888). Notevoli la bussola e i confessionali rococò. Infine nella cantoria 'in cornu epistulae' è collocato un pregevole organo, risalente al 1842, fabbricato da famoso liutaio pavese Giovanni Battista Lingiardi.

Chiesa della Beata Vergine Assunta

Il territorio di Castelferro in epoca preromana era interessato dalle attività della tribù ligure degli Stazielli che aveva come centro Acqui, ma nulla di più doveva esservi che una grande zona boscosa. Nel 115 a.C. il console romano Publio Emilio Scauro sconfiggeva le tribù liguri, costruendo successivamente una via che congiungeva Derthona (Tortona) a Vada (Vado Ligure) passando per il nostro territorio ed esattamente nella zona detta delle “sette vie”, dove ancora ne rimangono tracce nel caratteristico rilevato (La Levata). L’urbanizzazione roana proseguì con Villa del Foro, Libarna, Sezzadio, ma certamente non con la zona di Castelferro, essendo allora gli insediamenti realizzati in prossimità di fiumi o torrenti. Dopo la caduta dell’impero romano, le varie invasioni di Goti, Visigoti, Unni, che non lasciarono tracce di insediamenti, furono seguite da quella longobarda che stabilì in Pavia la propria capitale. Il Bandiasso fu sede di caccia dei re Longobardi, uno dei quali, Liutprando, nel 722 costruì in onore della sorella s. Giustina l’omonima chiesa, coincidente con la cripta dell’attuale costruzione, in cui si può ammirare uno splendido pavimento musivo. Di certo una strada collegava il Bandiasso e forse essa era l’attuale strada che attraverso Castelferro permette di raggiungere Retorto, poi Tortona e quindi Pavia. Caduti i Longobardi ad opera dei Franchi, nella zona sorsero gli insediamenti di Gamondio (Castellazzo), Urbe (Casalcermelli), Retorto, come si evince dall’atto di donazione del re Ugo alla propria moglie Berta, in occasione del loro matrimonio nel 938. Il primo cenno di esistenza di Castelferro sarebbe come possedimento di Gamondio, insieme a Castelspina, Cantalupo e Gamalero nel periodo dal 900 al 930. Il suo toponimo deriverebbe da “Castrum ferri” (deposito d’armi), sorto in zona Castello a presidio della “strada del sale” che gli correva di fronte. Come dipendenza di Gamondio, Castelferro fu annesso al marchesato del Monferrato, formatosi nella seconda metà del 900, dopo la caduta dei Franchi e l’avvento del Sacro Romano impero di Germani sotto Ottone I che unificò i Regni d’Italia e di Germania. Dalla seconda metà del 900 sono quasi tutti i castelli della zona, tra cui Carpeneto e Montaldo, completando l’urbanizzazione del territorio. Nel 1164 l’imperatore Federico concesse a Guglielmo V del Monferrato moltissimi paesi tra cui Castelletto, Rocca, Carpeneto, Montaldo, Retorto, Sezzadio e Gamondio; Castelferro non è direttamente nominato forse perché parte dello stesso Gamondio. Pochi anni dopo, in difesa della Lega contro il Barbarossa, nel 1168, Gamondio insieme a Rovereto, Marengo e Borgoglio fondarono Alessandria per unione dei loro comuni. È da allora pertanto che Castelferro, in quanto appartenente a Gamondio, divenne un “corpo santo” di Alessandria, cioè un territorio avente le stesse norme della città pur non avendo con essa contiguità territoriale, caratteristica che fu di Castelferro da allora sino al 1929, anno dell’accorpamento del suo territorio a quello del comune di Predosa. E subito Castelferro si trovò invischiato nel tentativo di Alessandria, appena riconosciuta nel 1183 libero comune dall’imperatore, di annettersi Carpeneto, a spese del marchese di Monferrato, tentativo fallito, che costò, attraverso lo statuto Carpenetese, a Castelferro, assieme a Predosa, Castelspina, Portanova e Casalcermelli, il divieto sia di acquisire terreni nel suo territorio, sia di sposare da parte delle proprie donne uomini di Carpeneto. La volontà di indipendenza di Alessandria si concretizzò in seguito nel 1198 con l’affrancamento dall’imperatore e la costituzione di un comune indipendente. Nel secolo XIII Castelferro si trovò a confine con un comune di Sezzadio, in forte espansione che, con successive annessioni giunse ad estendersi sino ad includere Carpeneto, Castelnuovo e Gavonata. Da questi confini si deduce che il corso dello Stanavasso fosse allora nella parte inferiore di verso da quello attuale, scorrendo a levante della cascina Rossavino versandosi nella Bormida all’altezza di Castelspina. La modifica del corso del torrente avvenne ad opera del signore di Sezzadio per alimentare il fossato del proprio castello. Nel 1348 Alessandria per evitare la conquista da parte di Carlo d’Angiò, chiese la protezione dei Visconti, divenendo parte del Ducato di Milano, apportando un territorio vasto quasi come l’attuale provincia ad esclusione di Casale e il suo territorio. Nel 1393 Alessandria dette l’incarico a Giovanni Lenzeo di Castelferro di redigere il Catasto del paese, dal quale di evince come i confini allora riportati siano quasi identici a quelli attuali. Ciò è abbastanza logico essendo i confini definiti dalla capacità dei contadini di raggiungere in giornata l’appezzamento di terreno con un carro trainato dai buoi, e di ritornare dai campi prima del tramonto. Nulla in termini tecnologici cambiò sino alla seconda guerra mondiale, dove con l’avvento del trattore agricolo, i terreni poterono essere coltivati anche a distanze maggiori. Negli stessi anni le lotte furibonde dei Guelfi e dei Ghibellini, pro e contro l’imperatore e il Papa, portarono all’esilio da Alessandria, la nobile famiglia dei Lanzavetula (oggi Lanzavecchia) che in Castello costruirono la loro casa sul cui retro è possibile ancor oggi vedere il loro stemma (tre lance diritte) inciso su marmo infisso nel muro. Lo stretto rapporto tra Alessandria e Castelferro risulta ancora nel 1458, anno in cui i riformatori del catasto alessandrino stipulano una convenzione con Thomas Blanco e Ambrogio Lanzavecchia in merito a diversi stabili di loro proprietà nel nostro territorio. E ancora di possedimenti del territorio catelferrese da parte di Gamondio, si deduce dalla spartizione del bosco della Cerretta con atto del 9 aprile 1486 a vantaggio dei cittadini castellazzesi. Dello stesso anno è un interessante editto del Ducato di Milano che vietava alle donne umili di campagna alessandrina, appartenenti a famiglie il cui reddito censuario non superasse 10 soldi, di indossare abiti con maniche colorate, vesti di seta, abiti ricamati, pena la contravvenzione di sei ducati d’oro. Disposizione che descrive bene come l’abbigliamento dovesse rimanere nei limiti della propria condizione sociale.

Con la morte di Francesco II Sforza nel 1535, il ducato di Milano, dopo una breve parentesi di dominazione francese, entra nell’orbita spagnola, per rimanervi fino al 1706. Alessandria perde gradualmente la residua autonomia divenendo un semplice feudo imperiale spagnolo a cui veniva attinto, tramite tasse, il sostentamento per le varie guerre europee della Spagna. Alla morte di Carlo V nel 1558, il Figlio Filippo II venne in visita ad Alessandria dove ricevette la generale lamentela riguardo al sistema di tassazione, basato sulla famiglia e non sulle possibilità personali. Accolta la supplica, il governatore di Alessandria Rodrigo Ponzalo, modificò il catasto, compilando un registro generale dei contribuenti con relativa quota d’estimo. Nella visita pastorale del 1576 il vescovo di Alessandria notava come la chiesa di Maria Vergine i Castelferro avesse il tetto sfondato, il pavimento e i muri in disordine, mentre la campana era appesa ad un olmo. Ordinò la costruzione del campanile, ma nella successiva del 1584 e poi del 1593, le condizioni non erano mutate e pertanto vietò i battesimi, demandandoli alla chiesa di Predosa. In quegli anni infatti la chiesa era senza parroco perché era tale il livello della povertà della popolazione da non poterne permettere il sostentamento. Infatti la vita dei campi era afflitta dai danni da alluvione, invasione di cavallette, grandine e dalle periodiche pestilenze che decimavano la popolazione. Una di queste, la più terribile, quella del 1629, ricordata dal Manzoni, giunse quasi a dimezzare la popolazione, la qual cosa comportò una profonda modificazione nelle colture del tempo. L’abbandono della coltivazione del territorio, causa la mancanza di braccia, favorì l’incolto e l’invasione da parte dei pecorai, non più frenati dai contadini. Diverse “grida” di manzoniana memoria furono emesse dall’Autorità spagnola in difesa dei contadini, imponendo ai pecorai un soggiorno massimo di otto giorni sul territorio, pena la confisca del gregge. Contemporaneamente, dai dati della Cascina Boidina, allora in possesso dei marchesi Doria, a causa del crollo del prezzo del grano e del forte aumento del prezzo del vino, si assiste, a partire dalla metà dei seicento, a notevoli impianti di vigneti che caratterizzarono il nostro territorio sino a poco dopo la seconda guerra mondiale, all’aumento di coltivazioni di cereali minori, e soprattutto verso il 1630 all’introduzione del granoturco, che doveva poi divenire il principale sostentamento della nostra popolazione. L’impianto dei vigneti avveniva però con il piantamento della vite a filo di terra, al massimo trenta cm sottoterra, e pertanto essi erano soggetti a frequenti sradicamenti anche a seguito di semplici temporali. Tra i filari era frequente l’impianto di alberi da frutta, e le coltivazioni di legumi e di grano, usanza che perdurò sino alla fine del 1700 quando si imparò ad impiantare i vigneti come attualmente. Le continua guerre spagnole in Europa ed in particolare nelle Fiandre, avevano esaurito le casse statali spagnole per cui nella seconda metà dei seicento era invalso da parte del re di Spagna l’uso di vendere la signoria di un territorio in cambio della possibilità di esigere le tassazioni direttamente da parte del signore. Avvenne così che per Castelferro quando Luca Pertusati, avvocato e cittadino alessandrino, ottenuta il 4 marzo 1676 la signoria di Castelferro, ne divenne il conte il 20 marzo 1683. La nomina avvenne con il sostegno del fratello Nicolantonio che, essendo nano, divenne dal 1650 il buffone di corte del re di Spagna. Al Prado, a Madrid, è raffigurato in un bellissimo quadro del Velasquez con tutta la famiglia reale. Dai documenti relativi all’infeudamento nell’anno 1677, risulta come fossero già presenti le cascine Mantovana, Valenta, Pellizza, Terpona e Bella. Nello stesso anno, il 7 marzo 1683 la confraternita della ss. Trinità, fondata l’anno prima, dava inizio alla costruzione dell’attuale oratorio, segno anche del miglioramento delle condizioni di vita della popolazione che allora si aggirava sulle ottocento persone, a fianco della vecchia chiesa con la facciata rivolta verso via Montaldo (oggi via Carosio). Il crollo della dominazione spagnola in Italia a seguito della guerra austro-sabauda contro il ducato di Milano, confermato dalla pace di Utrech nel 1713, portò nel 1707 all’annessione di Alessandria e pertanto di Castelferro nel regno piemontese. Comunque l’entrata delle truppe savoiarde costò subito caro ai Castelferresi che furono costretti a pagare il pane agli Alemanni, al seguito del principe Eugenio di Savoia, per lire 150 che dovettero farsi imprestare dai priori della chiesa. Inoltre per mano di Bernardino Frevo furono costretti a pagarsi la salvaguardia per altre 119 lire, oltre al sovrapprezzo di 7 lire donate al capitano e ad un paio di capponi comprati da Sebastiano Zamparolo. E i Savoia introdussero subito leggi molto severe quali la galera o la morte per una bestemmia grave, la forca per i falsari, la fustigazione o la galera per non meno di cinque anni per il secondo furto non eccedente 15 lire, la morte per i ladri di più di 200 lire e la morte per i ladri di oggetti sacri. Nel 1712, il 24 settembre, veniva fondato dal canonico Dal Pozzo il Monte Frumentario, cioè un Monte di Pietà, che lui dotava di 10 moggia di grano per sollevare la classe indigente, dandone la gestione al capitolo dell’oratorio della ss. Trinità, assistito dal parroco. Scopo del Monte Frumentario era soprattutto di fornire, contro pegno, le sementi ai contadini in modo che non perdessero la possibilità della semina e perché non cadessero in mano a strozzini. Con questa iniziativa era quindi sorta nel paese un’opera sociale di sostegno che era significativa di un’azione di mutua assistenza, in linea con il pensiero del tempo. Nel 1742, a completamento dell’elenco delle cascine già nominate nel 1677, appare nei documenti parrocchiali anche la cascina Retortino. E Castelferro pochi anni dopo, esattamente l’11 agosto 1757, è oggetto addirittura di una “grida” del governatore austriaco di Milano in nome di sua maestà Maria Teresa d’Austria, in quanto i nostri compaesani, definiti “banditi”, erano attivissimi nel contrabbando attraverso Sale e il Po, in collaborazione con i Pozzolesi. Tale grida era già stata preceduta nel 1740 da un editto del governo sabaudo, che non aveva sortito evidentemente alcun effetto. La miseria del tempo spingeva ad arrangiarsi in qualche modo ed invero il contrabbando doveva essere di povera merce, mai rischi erano altissimi se la predetta grida permetteva a qualunque abitante del milanese di uccidere impunemente un contrabbandiere, definito “nemico pubblico refrattario alla sovranità”, ponendo su di loro una taglia di cinquanta scudi se arrestati vivi e 25 se presi morti. Lo spirito bellicoso riapparve sul finire del secolo quando, soprattutto per l’occupazione dell’alessandrino nel 1796 da parte delle truppe napoleoniche, le condizioni di vita erano divenute molto pesanti, con i prezzi dei generi alimentari cresciuti in modo esorbitante per le numerose precedenti carestie. Agli inizi del 1799 in diverse zone del Piemonte i contadini si ribellarono alle truppe francesi di occupazione. Nella nostra zona, la rivolta iniziata ad Acqui il 26 febbraio si estendeva il 28 a Castelferro, dove al suono delle campane a martello la popolazione occupava il paese. Il capo battaglione della guardia nazionale di Alessandria, tentò attraverso il guado di Ritorto di entrare in paese, ma fu costretto prima a ritirarsi a Fresonara e poi, a ritirare in fretta i suoi 200 uomini ritornando in Alessandria. “Questi fanatici partirono per venirmi a prendere” – con queste parole giustificò la propria resa. Non conosciamo la punizione inflitta al paese, una volta restaurato l’ordine sul territorio, ma si presume dovesse essere costituita da una forte multa e la probabile fusione delle campane per farne cannoni, dato che nel 16 anni successivi vengono acquistate tre nuove campane. Nel 1802 veniva completata la torre campanaria, come oggi ci appare, dotata poi nel 1806 di un orologio. La popolazione era rimasta costante, come ci appare da una relazione alessandrina del 1830, in cui vengono enumerate 227 case e 852 abitanti, ad esclusione delle cascine, per giungere poi a 1067 persone nel 1847, cascine incluse. Le migliorate condizioni di vita e le idee sociali del tempo portarono nel 1879 a costruire la Società di mutuo soccorso e di istruzione per gli agricoltori, operai ed artisti di Castelferro con lo scopo di aiutarsi vicendevolmente in caso di bisogno. Ogni socio, dietro versamento di una cifra annuale proporzionata all’età, riceveva in caso di malattia un sussidio, dietro presentazione di un certificato medico. La sede era all’origine di un solo piano ed aveva anche la funzione di luogo di incontro e di svago. Nel 1916, crolla il tetto per una nevicata, e nell’occasione, i soci sopraelevano l’edificio di un piano, come oggi ci appare. Frattanto nel 1888 il canonico Laguzzi dava il via alla costruzione dell’Asilo educatorio in favore dei bambini del paese, completando perciò una visione sociale di assistenza che allora per un paese era di un certo valore. Nel 1908 con l’inaugurazione della ferrovia Alessandria-Ovada, Castelferro poteva essere finalmente collegata al proprio comune, prima solo raggiungibile a piedi o in calesse, in modo più moderno. Dopo la prima guerra mondiale, nel 1929 Castelferro perdeva il privilegio di “Corpo santo di Alessandria” essendo i suoi territori inglobati nel comune di Predosa, allora raggiungibile per un sentiero che tale era rimasto dal 1300. Nel 1933 la nuova strada era costruita a completamento delle nostre vie di comunicazione.
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